11/11/2007

30X40

Eric Clapton, Tears in heaven
podcast
è geneticamente insito nelle donne, l'innamorarsi dei baristi. a quale segmento dell'elicoide sia da imputarsi questo brutto affare, ancora non si sa, ma un'equipe di sessuologi è pronta a giurare che presto verrà fuori. il malcapitato sarà reciso dal resto del codice e punito con lo sterile isolamento passivo. essenzialmente la questione è che han degli sguardi troppo potenti e delle mani troppo indaffarate e dei profili troppo malinconici per non risultare irresistibili. in certi casi è vero: voglio dire, la malinconia e tutto il resto. in altri no. fatto sta che quando un barista decide di volere una donna a tutti i costi, l'avrà in sconto, e prestissimo.

incantare una femmina è semplice. basta saper preparare un ottimo mohito, offrirglielo, restare scarsi col ghiaccio. e poi, chiaro, saper parlare. già, il barista è quel genere di uomo che non ti risparmia nulla, ma proprio nulla, perchè non sa provare vergogna. e gli uomini sono meravigliosi, quando hanno coraggio. che poi è facile ingannare alla sera. si mente meglio se nascosti dietro una penombra sfuggente. la verità si annebbia e non importa quante donne ci abbiano creduto: quellle parole sembrano maledettamente vere. quel dolore, lacrimevole sul serio - e chiunque amerebbe con facilità chi sa piangere dignitosamente. ogni cosa perde di significato e diventa significante, poi segno, un gesto, un'interpretazione personale, un passo. il primo. e le donne provano imbarazzo nel passeggiare davanti a qualcun altro. così s'ingannano convincendosi di essere state al gioco, di aver colto la palla al balzo, e tutte quelle frasi fatte nate solo per concedere contentini a chi non se li merita.

con i baristi invece bisogna meritarsi tutto. sarebbe giusto metterli all'asta. è sacrosanto, loro s'impegnano poco, ma ci rischiano la faccia. e per chi ha la faccia come il culo queste sono scommesse di un certo livello. così quando lui ti sfiora la giacca per fermarti - quanto avresti voluto che lo facessero, tutti gli altri? quanto? come se si potessero quantificare i desideri, poi - tu un po' tremi, e già lo sai che sarà un si. deve esserlo. se lo è guadagnato, ti ha comprata. con uno sguardo azzurro. e tu vali uno sguardo azzurro, pensavi di più, ma ti riduci a questo. il tuo minimo termine non è molto onorevole, la prossima volta andrà meglio, magari. perciò decidi di restare. o forse soltanto perchè nei film funziona in questa maniera, e sarebbe un peccato non recitare quella scena strappalacrime, sapendo di poterlo fare bene.

mia madre quand'ero piccola ha dipinto un quadro, per me. l'ha appeso alla mia parete e appena sono stata in grado di ascoltare mel'ha raccontato. nel bel mezzo di un tripudio di lilla e ciclamino, un ragazzo con l'aquilone; in parte, io che leggo un libro sul bordo di un fiume celeste. la primavera della fantasia. ci sono immagini che valgono una vita. la mia vale giusto quella tela, 30X40, e una cornice da quattro soldi in legno scadente, pitturata di rosa. quando decidi di fare l'amore con un barista prendi un treno senza fermate verso quel mondo pastello. e le labbra sono farfalle impazzite che sbattono contro alberi pomposi vestiti a festa, le dita sono pazienti fili d'erba piegati da un vento che non fa male, le cosce colline timide, le natiche dossi di cirri accovacciati ai monti, i sessi cerchi nell'acqua del fiume, riverberi di una burla infantile. tutto tace il religioso silenzio di un momento divino. gli occhi si strizzano disperati, cercando di celare una nudità scomoda, poi si spalancano, trovano il coraggio di fregarsene, si rovesciano all'indietro, ci si concede all'appartenenza casuale. gocciole di sudore s'affannano per scivolare lungo profili al buio, presto verranno altre gocciole, non sarà un attimo, quell'attimo di colori tutti insieme, a fermarle. dopo l'orgasmo continueranno a scivolare.

così fanno all'amore i baristi. e le donne riescono ad amarli bene, ma talmente bene, che sarebbe una pena se smettessero. un sacrilegio.

peccato sappiano anche lasciare, i baristi. pure quello con classe. e nemmeno in banco e nero. a volte con un bacio. altre volte in silenzio. altre ancora senza lasciare a intendere che lo stiano facendo per davvero. quando invece è ciò che vogliono, desiderano di essere liberi. perchè i baristi hanno questo, di meraviglioso: non sono di nessuno.

03:55 Scritto da: un_2dipicche | Link permanente | Commenti (4) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

02/11/2007

per la strada

The Cure, Cut Here
podcast

ci sono sorrisi che invitano a restare. potrà essere, tra un anno, tra un mese, subito, ma torneremo da loro. se lo meritano. come tornano in funzione i giocattoli a molla dei nostri genitori, tra le mani dei nostri nonni. come torna di moda il tweed, che disdetta. come torna la pace nei paesi mediorientali. e la guerra poco dopo. le bombe cadono sempre sulle case di chi non se lo merita. e i sorrisi veri, quelli belli e sinceri, non sono mai meritati. capitano. a loro però, a chi li regala, dobbiamo qualcosa. qualcosa di grosso. peccato non avere tanto da dare. peccato essere così umani anche nelle intezioni, che già partono storte, arrese.

 

una volta mia nonna ha detto "ricordati di ricordare". sembrava una grande frase, me la sono appesa in camera. credevo fosse sua. poi ho capito che alla gente piace soffiare l'originalità agli altri. c'è chi è più furbo, e lo fa con stile, c'è chi è in buona fede, e lo fa con incoscienza, c'è chi è patetico e lo fa con la faccia come il culo. paese che vai usanza che trovi. però i migliori, quelli da applauso e inchino, sono capaci perfino di non fartene accorgere. ti sbattono in faccia la citazione e intanto ti fanno piedino con la lingua biforcuta. te che c'hai una voglia cane di assaggiare il loro sudore della pelle ti fai incantare e ti passa di mente di chiederti se mentono. in genere sono uomini. la sera quando mi corico accanto a uno di loro ripenso alla frase di mia nonna e m'impegno a non dimenticare, poi mi accorgo che lei è morta allora mi giro dall'altra parte, mi soffoco le tempie col cuscino, e piango per un poco, in silenzio.

 

una volta da piccola ho ucciso uno scarafaggio con le dita. quello mi correva appresso da tempo immemore, su e giù per il cortile, sembrava avermi puntata. io lo schifavo e così mi sono detta "dai, tanto è solo uno scarafaggio.". così l'ho ammazzato, schiacciandolo come il peggiore dei vermi. mi sono sentita pessima quando ho realizzato, chissà come, che nessuno è mai stato scarafaggio, perciò chi lo sa se hanno coscienza del proprio dolore. seduta sul lettino quella notte ho pregato il dio in cui credevo - e che poi mi ha vista masturbarmi, masturbare, ingoiare - di concedere al mio scarafaggio la sua destra, per un po', tipo palliativo. ora quando schiaccio un uomo fuori dalla porta di casa quantomeno mi degno di trovare una scusa buona, e m'invento una faccia dispiaciuta, se viene.

 

forse sono una puttana. forse a volte mi dimentico di non diemticare. forse alla lunga passerò di moda anch'io. però spero di avere sempre sorrisi che invitano a restare, da elargire a casaccio a chi certamente non li merita, per la strada.

 

 

 

 

 

03:16 Scritto da: un_2dipicche | Link permanente | Commenti (5) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook